Il mio tempo
MEGLIO ANDARE LONTANO
Antonio Steffenoni
Aprile 2010
€. 18,50 - isbn: 9788876390425
Il commissario Ernesto Campos riceve la telefonata del migliore amico della sua giovinezza, dopo trent'anni di silenzio. L'amico a L'Avana e gli chiede di raggiungerlo con il pretesto di far riavere a Campos le proprieta' che la sua famiglia aveva a Cuba prima
dell'avvento di Castro.
Ma e' questo il vero motivo della telefonata? Ed e' questa la sola ragione che spinge Campos ad accettare l'invito e a lasciare la sua adorata Milano?
I due vecchi amici hanno molti conti in sospeso. Fra gli altri, chiarire perche' Fabrizio, a meta' dei sanguinosi anni '70, e' fuggito abbandonando la famiglia, gli amici, una donna. E l'amico.
Nel clima magico della cittˆ cubana, i due amici sanno di dovere affrontare il momento della verita'.
Attorno a loro, uno scrittore inviso al regime, un ambiguo capitano, un astuto commissario di polizia, un avventuriero internazionale pluriomicida e una meravigliosa ragazza creola che forse sa piu' di quanto vuole far credere.
Intanto, quattro persone muoiono e il tempo per risolvere il mistero e' poco. Una storia di amicizia e di amori struggenti fra Milano e L'Avana con i toni del giallo, un ritmo che non dˆ tregua. E che scava dentro i personaggi, nella convinzione che i veri misteri sono sempre dentro e non fuori di noi.
Prime pagine
Solo Fabrizio poteva ripiombare nella sua vita dopo trent'anni come se si fossero sentiti il giorno prima.
E solo Fabrizio poteva aprire la telefonata con un perentorio: "Allora, Ernesto, si puo' sapere come stai?" come se fosse stato lui, Ernesto, a far perdere le proprie tracce per un'infinita' di tempo.
Non c'era da stupirsi. Era la sua vecchia teoria: "Prima mossa: colpevolizzare l'interlocutore. E' infallibile."
Cosi', di fronte al suo silenzio, all'emozione che gli bloccava la gola e gli impediva di dire qualunque cosa, aveva avuto buon gioco aggiungendo: "Ma, come, dopo tutto questo tempo, non hai niente da dirmi?"
La voce era la stessa, come avesse ancora vent'anni. E uguale era la reazione che suscitava in lui, come una scossa elettrica che lo attraversava da parte a parte, come un cazzotto, una spinta a fare qualcosa, subito, ad adeguarsi immediatamente alla vitalita' e alla fretta che trasmetteva con ognuna delle sue parole.
In meno di un minuto lo aveva informato che stava bene, che era felice di sentirlo, che da tempo si riprometteva di chiamarlo ma che solo in quei giorni si erano create le condizioni ideali per farlo e che telefonava dall'esilio cubano. S“, non lo sapeva?, viveva a L'Avana. Ma non era il momento per lunghe spiegazioni. Quelle sarebbero venute in seguito, quando si fossero incontrati. Perche', era ovvio, si sarebbero rivisti, a breve.
Adesso, erano altre le urgenze.
Prima fra tutte quella di sapere se lui aveva conservato i documenti catastali e gli atti notarili che provavano che suo padre, Manul Campos, ai tempi, aveva ereditato molte proprietˆ a Cuba.
ÒErnesto, qui le cose stanno cambiando. Se siamo in grado di dimostrare che tuo padre, buonanima, aveva a L'Avana delle proprietˆ che oggi avrebbero potuto essere tue, io ho trovato il modo per fare qualcosa per te.Ó
La bestia sopita
Camilo José Cela Conde
Traduzione dallo spagnolo di Enrico Passoni
€16,50 - maggio 2009 - isbn: 9788876390982
In un'isola del Mediterraneo dopo la Guerra Civile spagnola due bambini, Arturo e suo cugino Jose' Manuel, vivono le loro avventure estive in un'atmosfera di luminosa innocenza. Tra la bellezza del paesaggio e i racconti di vecchi pescatori, si intravedono, pero', delle ombre che diventano sempre pi minacciose: il padre di JosŽ Manuel, un importante funzionario del regime di Franco, e il padre, scomparso, di Arturo di cui nessuno parla. Dal mondo giocoso dell'infanzia i due bambini si accostano al crudele mondo degli adulti. Da quel momento nulla sara' mai pi come prima: la vita si trasforma nella lotta tra amore e odio, timore e speranza, amicizia e tradimento, vita e morte.
Il finale, inaspettato, conclude una storia tenera e cattiva, di una drammatica bellezza.
Prime pagine
I
Il ritorno
Dovresti tornare sull'isola a meta' inverno, quando la nube bianca degli alberi in fiore sembra preannunciare i primi sbadigli della primavera. Dovresti farlo nell'epoca in cui la bonaccia liscia le acque della baia dando a intendere che il casolare grande e imponente sarˆ sempre li' ad aspettarti, eterno e immutabile, che laggiu', in profondita', ritroverai quel mondo intatto, custodito, come dentro una boccetta di formalina, nellÕangolo pi recondito della tua memoria.
Il primo passo sulla terraferma, mano nella mano con la luce, i rumori, l'odore che dal sottobosco scende in groppa al vento, ti riscatterebbe dalle tenebre. La storia potrebbe forse ripetersi cambiando le scene, dando qualche ritocco qua e lˆ per smorzarne i sussulti o, se non altro, mitigarne il ricordo.
Sarebbe bello tornarci per quanto non sia del tutto chiaro ne' come, ne' dove, ne' tanto meno se il semplice fatto di poter tornare risulti possibile.
II
La barca
Verso la fine del mese di luglio, quando il caldo chiama la tempesta, mio cugino Jose' Manuel aveva costruito una barca.
Per prima cosa aveva fabbricato le sponde; poi, pensando di tendere da lato a lato una costa spessa come la trave portante di un tetto, le aveva alzate fissandole l'una all'altra per mezzo di tiranti trasversali. All'improvviso, per˜, era arrivata la pioggia.
Il caldo di luglio opprimente e a volte offusca l'orizzonte coprendolo con grandi nubi di polvere ocra.
Quando lÕaria si rapprende a quella maniera un segnale inequivocabile che presto arrivera' una tempesta gravida di nubi nere, di enormi cisterne scure dalle quali cadranno goccioloni che la terra avvertira' a stento. Di solito l'acqua evapora appena dopo aver toccato il suolo, quasi istantaneamente, quasi che fosse un trucco di magia, una chimera. Malgrado cio', la pioggia lascia le strade e le case ricoperte da una maschera di fango rossastro, una sabbia proveniente dal deserto del Sahara che, dicono, ondeggia come uno spirito in turbini di nuvole e vento.
ÒE' lo xaloc. Quando c' lo xaloc succede sempre cosi'.Ó
I bambini sembrano avere suppergi undici anni, anche se lavorano attorno allo scheletro di legno con lo stesso febbrile affaccendamento degli operai di una fabbrica in sciopero bianco. Il maggiore ha i capelli molto scuri, l'altro no. Il maggiore l'artigiano, l'altro aiuta soltanto. Il maggiore colloca con meticolosa precisione le tavole che, con una certa titubanza, gli passa il pi piccolo. Sembra che il maggiore sappia dove deve andare ciascuna senza esitare un solo istante. Non degna il suo apprendista neppure di uno sguardo: allunga indietro il braccio per ricevere il pezzo, lo osserva per un attimo, lo sistema sull'armatura che abbozza giˆ le forme dello scafo e poi, con pochi colpi secchi e ben assestati, vibrati con una grossa mazza su chiodi vecchi e massicci, incunea la tavola al suo posto, accanto a quella che l'ha appena preceduta.
Mentre i bambini si danno da fare la pioggia avanza minacciosa e poi, quasi fulmineamente, si abbatte su di loro.
La pioggia e' una cortina calda e oscura, il sipario che mette fine allo spettacolo quando la recita non neppure cominciata.
Gente quasi normale
Gaetano Neri
marzo 2009 Pag. 112
€. 13,50 - isbn: 9788876390449
Il giovane venuto da un paese tranquillo, innamorato di una ragazza
che non si fa baciare.
L'uomo che, all'improvviso, si sente
anziano e si vergogna di amare.
Il poeta che trova ispirazione sdraiato
sul tavolo della cucina.
Il misterioso e umido signor X che raccoglie la polvere in un baule.
Sono alcune delle persone quasi normali della scala 'A' di una vecchia casa
nel centro della cittˆ frettolosa e
indifferente, dov'e' spesso normale
sopraffare i deboli.
Una casa che ha sulla cima
una gioiosa sorpresa.
Un romanzo di sogni, di sorrisi,
turbamenti e piccole malinconie.
Una scrittura limpida, venata di tenerezza.
Prime pagine
Troppi treni, troppi binari. E gli altoparlanti? Rimbombano nella testa, non tacciono mai. Migliaia di persone vanno e vengono di corsa trascinando valigie con le ruote. E' normale che la stazione sembri grande a chi vi arriva per la prima volta. A Fedro appare molto pi che grande, addirittura esagerata.
La scala mobile gli dava le vertigini trasportandolo in basso fra colonne di marmo rosa, statue di donne nude e sdegnose, volti virili racchiusi in elmi con le ali. Poderosi getti d'acqua scrosciavano in mezzo a fontane rotonde, enormi fauci di leoni imbronciati sputavano lunghi zampilli. Laggiu' nell'atrio animazione, caos. Persino i vecchi correvano. Dopo tante ore trascorse dormendo o guardando dal finestrino prati gialli e capannoni grigi Fedro avrebbe voluto fermarsi, osservare con agio lo spettacolo, ma la colonna dei passeggeri lo sospingeva. Nella calca continuava a voltarsi innervosendo gl'inseguitori e al momento di prendere il tram il portafogli non c'era piu'.
Una pacca sul sedere e lo sgomento per la tasca vuota, ma il suo sguardo sognante si e' fatto acuto e terribile centrando sull'altro lato della piazza un uomo che gettava qualcosa in un cestino. Lo scatto, una saetta tra la folla, il ladro preso per il collo, cinque fogli da cento strappati dal pugno, il portafogli ripescato nel cestino e mostrato alla gente impietosita dalle urla del bugiardo. Chiama la polizia, ha suggerito qualcuno ma il ragazzo ha alzato le spalle e se n'e' andato.
Una cosa che non sai
Fabio Landini
febbraio 2009
17,50 € Pag. 240 - isbn: 9788876390999
Stefano Presti ha cinquant'anni e una vita complicata. E' un esperto di finanza alla continua ricerca di nuove avventure. Forse ama ancora la donna da cui si e' separato, che ora vive a Londra con la loro figlia
e un altro uomo.
Un incidente capitato alla bambina cambia la sua esistenza. Lascia il lavoro e si trasferisce a Londra. Deve capire perche' non riuscito a proteggere i suoi affetti, perche' e' sempre vissuto in un ambiente
che disprezza, perche' ha deciso di rischiare tutto per una questione di soldi.
E c'e' qualcuno che conosce una veritˆ taciuta per anni, un segreto che puo' spiegare molte cose.
Parlera'?
Con uno stile rapido, un intreccio di situazioni drammatiche e altre molto divertenti, questo romanzo ci racconta un amore che non vuole rassegnarsi al tempo e agli errori, e ci svela aspetti impietosi del mondo della finanza. Una storia piena di vitalita' e risvolti amari che ruota attorno a un personaggio inquieto e coinvolgente.
Con un finale imprevedibile.
Prime pagine
Il giorno stesso
Quel sabato mattina, fuori dal taxi nero, stavo aspettando davanti alla casa dove Francesca viveva con un altro.
Nessuno mi teneva d'occhio dalle finestre, era un edificio inglese. Io invece ero in anticipo e parlavo del tempo col tassista. L'aria era fredda e le cose avrebbero potuto prendere chissa' quale piega, vento, pioggia, vai a sapere. Alle undici la porta si apri' liberando Allegra, che scese gli scalini bianchi e corse da me. Appoggiata allo stipite d'ingresso, con un maglione non regalato da me, espressione neutra, c'era lei.
Presi in braccio la bambina e mi feci strada fra la sciarpa e il berretto di lana per farle le pernacchiette sul collo.
'Quando sei arrivato?' mi chiese dopo aver smesso di ridere.
'Stanotte'.
'Hai la faccia brutta'.
'Come brutta?'.
'Brutta'.
'Allegra, i grandi devono lavorare e le facce ne risentono'.
Erano passate trentasei ore da quando la mia faccia era in un posto molto diverso dalla guancia di mia figlia.
'Se mi trovi un lavoro allo zoo di Londra mi stancherei meno. E ci vedremmo di pi' aggiunsi.
'Il papa' vuole lavorare allo zoo!' strillo' girandosi verso la casa.
'Chissa' se hanno posti liberi' disse Francesca scendendo i gradini a braccia conserte.
Quel sarcasmo, il mio sguardo di rimando, Allegra sent“ la solita tensione. Mi pianto' le mani sul petto e chiese:
'PerchŽ?'.
'PerchŽ dovrei imparare' dissi invece di rispondere alla domanda, di spiegarle cosa non andava fra i due adulti pi importanti che le erano toccati. 'Non facile tirare le sardine perfettamente in bocca alle foche'.
'Allora impari'.
'Va bene'. La misi giu'.
Francesca si era avvicinata e mi guardava la faccia, quel foro che ho sempre al centro della mia visuale.
'Mi raccomando, non le far mangiare porcherie perchŽ l'ultima volta ha avuto l'acetone' lanci˜ un'occhiata possessiva alla bambina, seguita da una a me differente. 'Pensi di riuscirci? E inoltre vedi di cambiare programma. E' appena guarita da un raffreddore e non e' il caso che la porti all'ippodromo'.
'Promettiamo', alzai la mano destra e guardai Allegra.
'Promettiamo' fece lei alzando tutt'e due le braccia.
Vietato giocare con la palla
Antonio Steffenoni
ottobre 2008
€18,50 Pag. 360 - isbn: 9788876390425
Al centro della storia un Commissario di polizia che, come gli dice un'indagata, 'Non lo sembra'. E' stato un avvocato di successo. E' stato un uomo felice, che ha perso la felicita' nel giro di una notte. In una Milano d'agosto, semideserta e battuta dal sole, si trova a indagare sulla morte di cinque persone di una stessa famiglia. L'indagine lo porta a confrontarsi con una donna straordinariamente affascinante, che ha tutta l'aria di nascondere dei segreti, e con l'ombra di quello che sembra l'unico sopravvissuto della famiglia sterminata, a sua volta scomparso. E' lui l'autore della strage? E se lo e', e' ancora vivo? E se vivo, dove si nasconde? Ma il protagonista deve confrontarsi anche con i fantasmi del proprio doloroso passato, nel corso di un'indagine senza respiro, e nella quale i colpevoli sembrano, a tratti, piu' innocenti delle proprie vittime.
Un giallo che non e' solo un giallo, ma anche una storia d'amore fra un uomo e le quattro donne della sua vita.
Prime pagine
1.
Adesso, mentre in macchina costeggiava il lago e, attraverso il finestrino abbassato, osservava le barche allineate a riva, si chiedeva se le cose sarebbero andate diversamente in quella storia se non ci fossero state tante imprevedibili coincidenze.
E se a un certo punto, e con una forza che era stato impossibile contrastare, i fantasmi di un passato che credeva sepolto non fossero tornati alla luce.
Poteva dirsi che a far scattare la 'trappola' erano stati i cinque morti di via Pasubio e di via Castellini. Ma sarebbe stata una spiegazione troppo facile.
Probabilmente i delitti del 5 agosto non erano stati altro che un'occasione. Il segnale che i suoi fantasmi aspettavano da tempo.
Comunque fosse, ormai era tardi. Le coincidenze avevano giocato il gioco che volevano giocare e avevano raggiunto rapidamente il loro scopo.
Perche' una cosa era certa: in quella storia, tutto si era svolto terribilmente in fretta. Tanto che adesso, mentre lasciava il lago alle proprie spalle e imboccava l'autostrada che l'avrebbe riportato in citta', e un mal di testa feroce, per la tensione e per la notte in bianco, gli batteva la fronte, mentre lasciava Lugano e la Svizzera in una splendida giornata di sole si chiedeva se tutto si fosse realmente svolto cos“ come lo ricordava.
Se tutto quello che ricordava era successo veramente.
2.
Tutto era cominciato con la telefonata di Ranieri, arrivata a meta' pomeriggio.
Letto il nome sul display del cellulare, aveva esitato. Era la sua prima settimana di vacanza. In ufficio tutti lo credevano giˆ lontano. E, allora, perchŽ mai il vice questore avrebbe dovuto cercarlo?
Nessuno, a parte Marzia, poteva sapere che era ancora in citta'. E perfino a lei aveva fatto promettere di non chiamarlo prima delle otto di sera, per non interromperlo. Nessuno doveva sapere che era chiuso in casa da quarantott'ore e che per tre giorni ancora non si sarebbe mosso di li'.
E invece, Ranieri lo chiamava.
Aveva capito subito che quei trilli avrebbero messo fine al suo piano e aveva rivolto tutt'attorno uno sguardo che era giˆ di rimpianto.
Per un progetto che andava in fumo, per una pace che si perdeva, per un muro che crollava. Una muraglia meravigliosa che per due giorni lo aveva fatto sentire lontano da tutto, dal lavoro, dal caldo, dalla fatica, dalle preoccupazioni, perfino dal viaggio e dalle vacanze in Spagna che aveva promesso a Marzia.
Il Killer malinconico
Francois Emmanuel
Traduzione dal francese di Stefania Ricciardi
16,50 € settembre 2008 pag. 160 - isbn: 9788876390364
'Questa e' la vita: rispondi a un annuncio e ti ritrovi a consegnare peonie rosse
in attesa di finire, qualche settimana dopo, con una calibro 9 in tasca...'
Leonard Grund e' un uomo destinato
alla solitudine. Decisamente poco incline alla crudelta', suo malgrado
e a sua insaputa, si ritrova
mandatario di un omicidio sospeso
nella nebbia del dubbio.
Il compito di Leonard e' semplice e,
in apparenza, privo di rischi.
Tuttavia qualcosa si inceppa: la coscienza. E allora i tentativi per uccidere
diventano un viaggio tra i risvolti di un'anima malinconica.
Francois Emmanuel sovverte i codici
del genere poliziesco per offrirci
un giallo metafisico e insieme
malizioso e avvincente.
Prime pagine
Non sono mai stato bravo a uccidere la gente. Qualsiasi cosa faccia, sono un mite inguaribile. Perfino nei sogni peggiori non brandisco ne' coltelli ne' bisturi. Non sono nemmeno incline all'odio. Quando colgo certi lampi assassini negli occhi alcolizzati dei miei confidenti di una sera, ripiego subito verso altre compagnie e sparisco senza prendere nemmeno il resto.
Una possibile causa di questa mitezza cronica bisogna cercarla, forse, nel mio passato. Mi rivedo bambino ai piedi di un tavolo insanguinato; mio nonno ha appena reciso con un colpo d'accetta la trachea di un'enorme tacchina ansimante ed emette la sentenza:
Ñ E' la vita, piccino mio. E' la vitaÉ
E' evidente che non mi sono mai abituato alla vita. La notte che seguiva quei massacri, mi scervellavo come un matto tra le quattro mura della mia stanza e mi svegliavo intriso di sudore.
La mia infermita' comincia qui: ho sempre provato compassione per tutto ci˜ che respira. I pesci che asfissiano sotto gli stivali dei pescatori mi stringono la gola, impallidisco alla vista del sangue. Con la scuola o l'etˆ della ragione, ho imparato anche a fuggire le crudeltˆ comuni: parole taglienti e piccole frasi affilate che gli uomini usano per uccidersi.
All'alba della mia vita ero un animo sensibile, dunque un buono a nulla. Esaurita una magra ereditˆ, tentai la fortuna alla lotteria dei soldatini del commercio, tra agenti di assicurazioni sulla vita e promotori vari armati di valigette. Ma parlare dei benefici della morte non mai stata la mia specialitˆ: recitavo con un nodo in gola i vantaggi della formula proposta, quindi mi arrendevo senza ribattere alle argomentazioni dei miei interlocutori e li lasciavo con una sorta d'inquieto sollievo.
In tutto questo, una cosa mi suonava particolarmente strana: perchŽ parlare di assicurazione sulla vita quando si trattava proprio del contrario? PerchŽ mio nonno scandiva i suoi massacri con quella frase: 'E' la vita, piccino mio, la vita'É? Ecco dunque l'enigma della mia esistenza.
Scoraggiato da quelle disavventure, finii per riconsegnare il cosiddetto portafoglio, e il capo, procedendo alla mia liquidazione, borbotto':
Ñ Non e' roba per te, bello mio. Non sei fatto per sfondare porte!
In questo aveva proprio ragione. Non ho mai capito perche' si dovesse buttare gi una porta dopo averne oliato i cardini con tanta cura. Del resto, ho chiuso la sua senza far rumore; era munita di una guarnizione.
Dopo questa incursione nel mondo del commercio, risposi a diversi annunci. Per un periodo sono stato portiere in livrea, custode di museo, addetto della reception di un albergo con due stelline sul mio chepi'.
Queste occupazioni non erano prive di un certo lustro: stiravo ogni giorno i pantaloni della mia uniforme e conservavo le mani candide. Quando mi scorgevo negli specchi barocchi che ornano i corridoi di queste istituzioni, non mi trovavo ancora del tutto indegno. Ero tutt'uno con il mobilio, certo, ma con un mobilio di classe.
Questi impieghi duravano il tempo di una stagione. La noia giungeva come il freddo a novembre, insidiosamente, e con la massima naturalezza. E arrivava sempre una mattina in cui dimenticavo di alzarmi. In quegli anni, qualsiasi cosa intraprendessi finiva cosi': per oblio o per assenza, per distrazione. Ma non ero solo io a precipitare: l'orologio del tempo avanzava inesorabile proprio il giorno in cui gli imploravo una pausa. La vita in questo mondo non conosce tregua, il denaro viene meno non appena s'interrompono i sacrifici in suo onore.
La vendetta degli innocenti
Gianni Pettenati
giugno 2008 Pag. 168
€ 16,50 - isbn: 9 7888 76390401
Passato, verita', vendetta. E una devastante passione d'amore! Questi sono i temi
principali del romanzo d'esordio di
Gianni Pettenati, mitico interprete
della canzone 'Bandiera gialla.'
Il luogo in cui si svolge la vicenda la citta' di Piacenza. Siamo negli anni '70
e strani delitti accadono a poca distanza l'uno dall'altro. La caratteristica che
accomuna le vittime e' di essere tutti
ex-partigiani e il movente sembrerebbe
quello della vendetta, perche' accanto
a ciascun cadavere viene ritrovato
ogni volta il distintivo che identificava
le famigerate 'Brigate Nere.'
Per il vice commissario Orazio Stuto
inizia un'indagine che lo portera' a fare
i conti con un passato oscuro, a scoprire una verita' taciuta da sempre e nella quale
il confine tra chi e' vittima e carnefice
si fa ambiguo e incerto.
Prime pagine
Una sera di Dicembre 1971
Loretta Guenzi entr˜ con passo deciso nel bar del centro, sotto i portici del Palazzo dei mercanti. Domand˜ un caff e fu subito servita. Poi si accese una sigaretta con il filtro. Sembrava nervosa, irritata, evitava con ostentazione di guardarsi in giro. Non sarebbe stato chic, lo aveva letto qualche giorno prima in una rivista alla moda.
Il suo ingresso non era sfuggito a uno sconosciuto che controllava con interesse ogni suo gesto. Era un giovane uomo di bella presenza, aveva uno sguardo chiaro, penetrante, capace di ÒvedereÓ al di lˆ delle apparenze. Certamente, si dissero i camerieri, non era di Piacenza.
Il caff Parisi era considerato in cittˆ un ritrovo elegante. Un poÕ per i prezzi che impedivano a gente qualunque di entrare e sedere ai preziosi tavolini di legno massiccio, un poÕ per il fatto che bisognava essere abbigliati allÕaltezza del locale altrimenti il proprietario, che si aggirava con aria affabile nel suo completo blu scuro, non avrebbe lesinato occhiate di disapprovazione.
Lo sconosciuto continuava a fissare la donna senza staccarle gli occhi di dosso. Loretta era alta, con un fisico statuario e, da sotto il maxi-cappotto che portava aperto, sÕintravedevano lunghe gambe che il miniabito firmato e stivali alti di vernice nera, sembravano accentuare. Mentre aspettava di essere servita, sistemava con una mano i biondi capelli che le arrivavano alle spalle. Sicuramente nel pomeriggio era stata da parrucchiere, pens˜ lÕuomo e abbandon˜ il suo posto. Si avvicin˜ al banco per ordinare un aperitivo.
ÒLe posso servire questo della casa, signore?Ó sugger“ un cameriere con aria competente Òé vino genuino delle nostre colline, ottimo prima di cena.Ó
Loretta ascolt˜ suo malgrado lo scambio di battute e istintivamente si volt˜ verso lo sconosciuto. I loro sguardi si incrociarono. LÕaltro, con un sorriso che metteva in mostra denti bianchissimi, dichiar˜:
ÒUna bella signora come lei non dovrebbe stare tutta sola a bere un caff a questÕoraÓ poi aggiunse in tono garbato, Òla prego di non considerarmi un invadente se le confido che il suo aspetto solare riesce a far dimenticare il freddo che cÕ fuori.Ó
ÒLa ringrazio, vuol dire che accetter˜ questo complimento come un regalo per il mio compleanno.Ó
ÒMa allora bisogna festeggiare, posso offrirle una coppa di vino?Ó
Il sapore del ferro
Enrico Mottinelli
maggio 2008 Pag. 136
14,50 - isbn: 9788876390388
Nel paese si instaurato il nuovo regime che non lascia presagire nulla di buono. Mario teme il peggio, al punto di progettare una fuga all'estero per mettersi al sicuro con la moglie e i tre figli piccoli, che ama teneramente. Irene, pero', pensa che le sue paure siano eccessive: gli uomini del Partito sono acclamati dalle folle nelle piazze, che bisogno c'e' di preoccuparsi tanto? Mario e' confuso, forse e' lui che si sbaglia? Alla fine raggiungono un compromesso: si rechera' da solo oltre confine, dall'amico Peter, per verificare la fattibilita' del suo piano. Gli eventi, pero', precipitano. Un pallido accenno di rivolta da parte dell'opposizione scatena la forza repressiva del governo: tra le varie misure, la chiusura delle frontiere. Mario si ritrova cosi' in una sorta di esilio, mentre la sua famiglia subisce i contraccolpi del regime instaurato dal Partito. Gli anni passano e dei legami e dell'affetto di un tempo alla fine restano solo frantumi. I figli sono cresciuti, hanno fatto le proprie scelte. Ma un sospetto atroce grava sul destino di tutti loro, un sospetto che lascia in bocca un sapore cattivo, come di ferro.
Il sapore del ferro racconta il dramma di una vita normale investita dalla furia della Storia e dalla barbarie dell'ideologia; un romanzo costruito su piu' voci, come fossero cocci che si puo' solo tentare di ricomporre alla ricerca di una verita' celata forse soltanto in un sorriso.
Prime pagine
Peter
24 febbraio 1973
Nonostante la stanchezza per la notte passata in treno, Peter camminava a grandi falcate lungo le vie ancora deserte. Aveva bisogno di un bagno caldo e di dormire. Prima, per˜, voleva accertarsi che Mario fosse in casa e che stesse bene. Doveva avvertirlo che non si muovesse, che non desse retta a nessuno, che restasse nascosto, poi avrebbero cercato unÕaltra sistemazione, perchŽ forse, l“ a casa sua, Mario non era pi al sicuro.
Qualche raro negozio alzava in quel momento la serranda fracassando il silenzio quasi irreale dellÕalba. Quel sabato mattina era finalmente arrivato, dopo che per lÕintero viaggio Peter aveva avuto lÕinquietante sensazione che il 24 febbraio 1973 avesse dimenticato il suo appuntamento col calendario.
Da un forno dilagava un profumo di pane appena cotto che si addensava tra i vicoli, tiepido, invitante. Un uomo in bicicletta portava pacchi di giornali freschi di stampa, pedalava lento, sbuffava, come se stesse facendo lui tutta la fatica di rimettere in movimento la vita del paese.
LÕaria tersa e frizzante gli graffiava i polmoni, ma Peter non ci faceva caso, come non badava a niente di tutto il resto, alle strade vuote, ai negozi, al profumo di pane, al paese rifatto vergine dalla notte appena trascorsa. Aveva in testa un solo pensiero: fermare Mario prima che fosse troppo tardi.
Non avrebbe dovuto allontanarsi. Stavolta avrebbe dovuto inventarsi una scusa qualunque per restare a casa. Tanto lo sapeva che quelle riunioni con i vertici dellÕIstituto di Credito per il quale lavorava da oltre ventÕanni erano solo pure cerimonie di facciata. Servivano a impressionare i dipendenti pi ingenui, o quelli pi inesperti. Peter, invece, le subiva come una noiosa perdita di tempo. Fiumi di retorica aziendalista per far passare lÕidea di partecipare a grandi progetti, di contribuire a grandi imprese, grandi ideali, quando lo scopo finale era pur sempre quello di far pi soldi dellÕanno precedente, tutto l“. Non occorreva neanche dirlo. Ma quando aveva ricevuto la convocazione non immaginava nemmeno lontanamente quello che sarebbe potuto accadere, nŽ aveva sospettato che Mario potesse essere davvero in pericolo. Pareva tutto a posto, tutto dolorosamente quieto, nessuna novitˆ in vista. Mario in veritˆ aveva in testa di voler tornare nel suo paese, ma era un progetto ancora tutto da definire, unÕipotesi da verificare nei dettagli, cosa che avrebbe richiesto tempo e ancora molte informazioni prima di poter decidere se si poteva fare o no. Sembrava perci˜ solo un desiderio, pi che un fatto concreto prossimo a realizzarsi. Peter non si era posto neanche il problema ed era partito tranquillo, perchŽ al ritorno avrebbero avuto tutto il tempo necessario a soppesare ogni aspetto di quel piano.
Poi, inveceÉ
Le scarpe gli facevano male. I piedi gli si erano gonfiati. Sul treno non aveva chiuso occhio un solo istante e non era riuscito a distendere le gambe per rilassarsi un poÕ. Niente. Preso dallÕassurda sensazione di poter arrivare prima, aveva marciato in su e in gi, nervoso, sul linoleum dei corridoi delle carrozze, fumando una sigaretta dopo lÕaltra. LÕorologio al polso quasi consumato dagli sguardi impazienti che gli posava sopra ogni minuto. In testa un solo pensiero che gli rodeva il cervello. E il treno che sembrava non correre mai abbastanza.
Nella piazza, silenziosa, vuota, spettinata appena dalle correnti dÕaria che rotolavano lungo i vicoli intorno e si disperdevano poi nello slargo davanti alla chiesa, stava aprendo il Caff. Peter avrebbe avuto voglia di bere qualcosa di bollente, o forse no. Avrebbe avuto voglia di scambiare due chiacchiere col barista, ascoltare qualcuna delle sue battute salaci, giˆ a quellÕora del mattino: una bevanda calda e lÕarguzia del barista. Aveva voglia di qualcosa di normale, qualsiasi cosa potesse fargli pensare che andava tutto bene, che era un giorno nuovo ma uguale, senza sorprese, senza imprevisti, le uniche notizie apprese sul giornale, fatti accaduti lontano da l“, un poÕ irreali, veri ma di carta.
Svolt˜ in una via in discesa. Il selciato di larghe pietre irregolari e sconnesse non lo aiutava. Le gambe gli andavano da sole, disordinate, come se non avesse pi la forza di controllarle a dovere. I suoi passi erano adesso pi rumorosi, ma non se ne preoccup˜. Aveva fretta, voleva solo arrivare a casa in tempo.
La pianista di Sambor
Maria Brunelli
Marzo 2008 Pag.144
€ 13,50 - isbn: 8876390367
Margherita Stucchi, ammirata pianista, ha trascorso la vita esibendosi nelle più prestigiose sale da concerto del mondo.
Ora, a cinquantanove anni, a causa di un incidente che le ha procurato la rottura di un dito della mano destra, la sua carriera è definitivamente conclusa. Superata la disperazione iniziale, riconsidera tutto il suo passato: un episodio in particolare la tormenta. Durante una finale del Concorso Chopin a Varsavia, Margherita, all’epoca poco più di un’adolescente, viene avvicinata da una donna anziana, con un aspetto dimesso e lo sguardo folle. Margherita scoprirà, così, che i suoi veri genitori erano ebrei polacchi perseguitati e uccisi durante l’occupazione nazista.
Concepito come una partitura, questo romanzo di Maria Brunelli trascina il lettore in una vicenda in cui passato e presente, rimpianto e speranza si alternano come temi di un concerto per pianoforte e orchestra.
Prime pagine
Chi le avesse viste in quella stanza semibuia, una signora anziana a letto e una ragazza seduta in poltrona intenta a leggere avrebbe potuto pensare a una nipote che fa compagnia alla nonna. Invece no. Da quando il medico le aveva imposto quella sorveglianza notturna Margherita Stucchi aveva fatto di tutto per dimostrare la sua contrarietà e dopo un mese non aveva ancora rivolto la parola alla badante. Solo un “buona sera” alla sera e un “buon giorno” al mattino.
La ragazza, un’ucraina con i capelli biondi e gli occhi azzurri, la ripagava di uguale moneta: arrivava alle dieci, puntuale, ricambiava il saluto e si sedeva a guardare una rivista alla luce di un abat jour. Se ne andava alle otto del giorno dopo quando la governante entrava ad aprire la finestra e a portare il vassoio della colazione. Durante la sua permanenza mai una parola, mai la richiesta anche solo di un bicchiere d’acqua. La signora non aveva bisogno di niente e lo dimostrava .
Se ne stava assorta nei suoi pensieri con gli occhi ostinatamente chiusi anche quando era sveglia: niente radio, niente televisione. In quella camera regnava un silenzio ostile come se due nemici fossero costretti a convivere nello stesso carcere.
Katia si era ormai abituata a sopportare la situazione, ma la sera del primo incontro non si sarebbe mai aspettata di essere accolta con tanta insofferenza.
Non aveva ancora fatto in tempo a presentarsi che subito la signora l’aveva aggredita, “Parliamoci chiaro. Ho dovuto accettare la sua presenza perché non mi davano pace, ma non sono moribonda e non ho bisogno di niente. Quindi non faccia sforzi per intrattenermi. Di notte dormo o riposo”.
Sconcertata da quella freddezza la ragazza aveva risposto “O.K.”
Margherita Stucchi aveva alzato un sopracciglio e aveva replicato con crudele ironia, “ Non c’è bisogno che parli in inglese” poi aveva spento la luce.
In quel buio improvviso Katia si era mossa a tentoni finché la voce della signora l’aveva guidata “ Accenda la lampada vicino alla chaise longue e se ha un cellulare lo spenga”.
La notte era stata eterna. Abituata a essere impegnata con malati veri la badante non aveva portato con sé niente per passare il tempo, così aveva assistito al trascorrere delle ore con gli occhi fissi sull’orologio e su certi disegni della tappezzeria che nella penombra assumevano le sembianze di nuvole o di strani animali.
La signora si era addormentata verso mezzanotte, lo si capiva dal respiro simile a un soffio ritmato e Katia si era chinata su di lei per osservarla, per vedere se il viso rifletteva la stessa cattiveria dell’animo.
A uno sguardo non prevenuto sarebbe apparsa evidente l’espressione di tristezza che traspariva dal viso di Margherita, le labbra piegate all’ingiù anche nel sonno, le palpebre gonfie di lacrime trattenute, ma la badante , troppo offesa per farci caso, notò subito la crescita bianca che si era fatta largo fra i capelli tinti di un rosso ramato, “ Tingersi alla sua età”.
Valutò con disprezzo il naso arcigno, il decolletè ossuto che s’ intravedeva fra i pizzi della camicia da notte, la ruga che le attraversava la fronte come un solco. Osservò perplessa la mano ferita protetta da un guanto di cotone bianco, inerte sulla coperta come un ingombro.
“ Quante tragedie per un dito rotto” pensò ricordando le confidenze della governante e paragonò la signora alle altre malate che aveva assistito. Quelle erano malate vere, alcune incapaci di provvedere alle necessità più intime, altre in preda a dolori da sedare con la morfina, ma tutte disposte a lasciarsi accudire, alcune persino riconoscenti.
“ E questa” giudicò con disprezzo “ si dispera perché non può più suonare il pianoforte.”
La Vittorina, nell’affidarle l’incarico, l’aveva giustificata “ La signora è, anzi è stata fino a pochi mesi fa, una concertista celebre in tutto il mondo, adesso invece…”
La ragazza non si capacitava “ concerti alla sua età?”. Veniva da un paese dove le donne come Margherita erano nonne o bisnonne, indaffarate alla culla dei nipotini, al camino, altro che pianoforte.
La malapiega
Carlo Alberto Parmeggiani
Novembre 2007 Pag176
€ 16,50 - isbn: 97 88876390332
La storia narrata in La malapiega è la storia di un equivoco, di un fatto erroneamente interpretato, ma che ugualmente dà origine al pirotecnico sviluppo di una realtà concreta, dentro cui muove i suoi passi il protagonista: un giovane spavaldo e libertino, che vive come assistente d’internato in un collegio romano, in cui è finito dopo aver preso delle “brutte pieghe” nella città del settentrione in cui è nato.
Nel bel mezzo di cambiamenti radicali che il mondo del denaro e degli affari provoca nei molti personaggi che popolano il romanzo, tra vicende comiche, tragiche e toccanti, personaggi scostanti e stralunati, il protagonista matura la ricerca di una via di fuga. E la cerca con l’aiuto dell’amante delusa e inviperita del suo migliore amico, con la quale vorrebbe inaugurare una nuova vita, senza turbolenze e malepieghe.
Prime pagine
I
(Del come si fa presto a equivocare)
La sola luce che illuminava il viottolo sterrato che percorrevo andandomene a casa, era il riverbero di quella dei lampioni che segnavano il confine delle mura che Aureliano, Domizio Lucio, Imperatore, aveva fatto costruire intorno a Roma.
Di mura e baluardi, di torri e di ripari, io non ne avevo ancora edificati. Non ero stato nei Balcani, non avevo scannato gli Iutungi e i Goti, non apparivo ornato di un diadema e di una veste d'oro. Non ero né Dio né Signore e nemmeno un potente pretoriano. Non ero stato in Partia o in Samotracia o nella Spagna citeriore, eppure, come un legionario di ritorno da una camminata al Tiburtino, vaneggiavo di conquiste e di avventure nel regno di Palmira mentre tagliavo giù dal terrapieno che da più di mille anni si riempiva nottetempo di mercanti, puttane e decurioni.
Stavo a Roma perché c'ero finito. Don Vincenzo Scarabelli, un parente alla lontana ma che aveva un certo ascolto dentro casa, un padre oblato di Alfonsine, ce l'aveva messa tutta per levarmi dalla brutta strada che istintivamente avevo preso, quasi che delle tante strade che al mondo pur ci sono, per me non ce ne fosse stata che una soltanto, e per di più tutta in salita. Secondo lui, secondo quel buon padre, dopo essermi preso un titolo di studio che non avrebbe alzato di una tacca l’indice di crescita e sviluppo del paese, io avevo preso una malapiega. Secondo lui io m’ero intrufolato, di traverso e mio malgrado, in una fitta selva oscura, fatta di vizi capitali, perdizioni e di brutte amicizie che mi avevano trasmesso un fetido contagio, per la troppa vicinanza, lui diceva, per osmosi. Io allora non avevo avuto di che dire, non avevo contestato il suo parere, un viaggio a Roma, in fondo, mi allettava. Lo avevo lasciato dunque dire e fare, poiché, a conti fatti, nel cuor mio mi interessava schizzar fuori da certi miei problemi quotidiani, come quelli di trovarmi per le tasche un mucchietto di danaro, di rimirar la vita con un occhio più sereno e di andare alla conquista di un’idea di futuro, che la vita di provincia mi pareva mi impedisse di abbozzare. Sicché con delle lettere agli amici altolocati, dei santini benedetti, le preghiere e le raccomandazioni su carta intestata della curia vescovile di Ferrara, Don Vincenzo mi aveva messo sul direttissimo per Roma e, tutto bel bello pettinato, m'ero presentato all'istituto Girolamo Sacchéri, come ripetitore di materie malamente digerite dagli allievi e assistente in seconda d'internato.
Nonostante la buona educazione e una duttilità apparente sotto i colpi e gli straventi del bisogno, scambiate per bonarietà di primo acchito, sono convinto che la mia natura sia forse sempre stata quella di un essere feroce, indisponente, a tratti disumano. Sono convinto che se fosse andata in altro modo me la sarei cavata bene con in mano un coltello o una pistola. Come prepotente, rissoso e aizzatore avrei forse fatto una gran bella carriera. Fin da bambino ero speciale nel non aver pazienza con nessuno e nel non fare il giorno dopo ciò che non mi andava di fare il giorno prima. Ma ormai ero cambiato, avevo imparato a pazientare, ad adattarmi a quella linea retta o a quella malapiega che di giorno in giorno continuava a prender la mia vita, nonostante i buoni auspici di chi mi aveva messo su quel treno. Però per altri versi ero cambiato per davvero e, da cinque anni che ero a Roma, pazientemente mi guadagnavo il pane, ripetendo a dei piccoli testoni che la somma degli angoli di una figura di tre lati è sempre uguale a centottanta gradi, a un mezzo giro, insomma, secondo quanto il sommo Euclide pone negli Elementi con cui ero cresciuto alla scuola del professor Vivanti dello studio di Bologna. Da cinque anni, alle dieci in punto della sera, ripetevo "State buoni!, smettetela di fare 'sta caciara!" e mettevo a letto dei terribili fregnoni che non volevano saperne di dormire. E da altrettanto tempo, quando avevo il giorno di riposo, me ne andavo in giro per strade e per fontane, a curare le mie cose e me ne ritornavo a notte fonda all'istituto, tagliando giù dal terrapieno, quello erboso, ai piedi di una delle torri che lambisce il ciglione di via Nola.
Di lì, dal terrapieno, verso Santa Croce, quella notte già vedevo di lontano la mole tozza, scura e umbertina del collegio dove ritornavo per dormire. Ci tornavo dopo una serata finita nel frastuono di una fiaschetteria con pista per danze afrocubane in via dei Reti. Faceva freddo e la giornata non era stata buona. M'ero mangiato un centomila al gioco della cocincina e m'era andata storta con Cereda, un tale, uno strozzino, che non voleva rinnovarmi una cambiale per un'auto che avevo comperato il mese indietro. M’aveva detto, il sor Tullio Cereda, che se non pagavo mi avrebbe mandato due care personcine di fiducia, due sicari dalle spalle larghe come armadi, a cambiarmi i connotati, a rompermi le ossa e farne un trito da metter nel pastone del suo cane. Inoltre, m'aveva detto pure male con Gigi Valorani, un tizio brutto, ricco da far schifo, che s'era maritato con Leonora, della quale ero stato il sesto fidanzato e con la quale c’era stato un grande amore, o forse ero soltanto io che me lo ero immaginato. Un grande amore comunque poi finito, ma di quando in quando ugualmente rievocato con qualche scappatella in auto, o in uno sgangherato albergo a ore, a fare pratica in arditi e raffinati esercizi nell’arte del piacere, ovviamente all’insaputa di quel Gigi. Che noi due, poi, nei momenti di riposo dalle nostre gradevoli fatiche, prendevamo pure per il naso, benché il troppo distacco dalle cose, la troppa ironia su quel tanghero cornuto del marito, avessero fatto, di me e di Leonora, due figure di contorno di una storiaccia di intrallazzi e di menzogne, destinata prima o poi ad esaurirsi nello scontento di amplessi frettolosi. Eppure la sua scelta, la sua di lei, di quella biancaneve di Leonora, di sposarsi il settimo arrivato, quel fessacchiotto arricchito e fanfarone, da un po’ di giorni mi rodeva l’amor proprio. Un vero rodimento di appendici, che voleva forse dire che non ero poi tanto distaccato dalle cose, che non tutto mi scivolava via di dosso come una schiuma di sapone e che le mie difese, e le distanze che prendevo, erano prese a braccio, a larghe tese, a un tanto alla dozzina. Sicché forse non ero più quello che un tempo mi credevo, spavaldo, tetragono, feroce, come ero sicuro d’esser stato gli anni indietro. Il tempo e una certa abitudine allo schifo mi avevano intaccato, infrollito come un biscotto da farci una zuppetta dentro al latte, e mi avevano pian piano incivilito e reso degno della considerazione che di norma si dà agli zolfanelli già sfregati. Per questo c’ero andato pure a casa, quella sera, a casa loro, per vedere se mi ero davvero rammollito e per vedere come andava quel coniugio e farmici sopra una risata. Ma lui, quel rognosetto di quel Gigio, per gelosia nei confronti di qualcuno, che sapeva di cosa era capace la sua bella fragolona, non mi aveva fatto entrare. Nemmeno con un piede sopra lo zerbino. Come una sentinella davanti all’uscio sulle scale, aveva detto che turbavo la sua pace, la sua e del suo confortevole rifugio, con tanto di focherello acceso sugli alari. Cosicché io me la presi, perché al mio orgoglio e alla mia pace nessuno ci pensava, e lui pure se la prese perché se ne arricciava un baffo, lui, di come mi buttava. E tutti e due, alla fin fine, ci eravamo un’inticchia accalorati e incapocciati come due montoni, a un niente dal prenderci a cornate.
Ragazze
Antonio Steffenoni
Novembre 2007 pag.224
€ 16,50 - isbn: 88 7639 034 0
Marta, Giulia, Francesca, Carla e Caterina. Cinque amiche, sul crinale dei cinquanta, si regalano un lungo week end ad Arles, dove si sta svolgendo la " Fiesta Espanola " che coinvolge l´intera città. Finalmente lontane da mariti, ex mariti, amanti, fidanzati, figli e madri.
E’ l’occasione per parlare, per confrontarsi, per ridere e anche per chiarire equivoci e regolare conti in sospeso. Tra spettacoli, musica e corride, bar, ristoranti e gite in Provenza, tra vecchi risentimenti, slanci di sincerità e confessioni piccanti, ognuna ripensa e mette in discussione la propria vita sentimentale, di lavoro, il proprio ruolo di donna.
E’ l’ora in cui cadono le maschere, in cui queste “ragazze” rivelano, soprattutto a se stesse, impensati aspetti del proprio carattere, e si trovano a decidere se restare fedeli al proprio passato o accettare le sfide del futuro.
Sullo sfondo, un silenzioso interlocutore - il misterioso hidalgo al quale Giulia rivolge il proprio racconto – diventa, a sua insaputa, il co-protagonista discreto e lontano, e tuttavia presente, partecipe di gioie, tristezze, confidenze e segreti.
Un romanzo pieno di movimento, di dialoghi brillanti e di uno scavo psicologico impietoso, scritto con un taglio veloce e carico di tensione, che si legge d´un fiato e si " vede " come un film.
Prime pagine
Avevi ragione: Arles è una città bellissima.
L’unico problema è stato arrivarci. Nove ore e mezza di treno, con interminabili soste a Ventimiglia, a Mentone, a Cannes, a Aix en Provence, per motivi che nessuno si è degnato di spiegare ai passeggeri: un calvario attenuato solo dalla straordinaria bellezza del paesaggio, colline e balze ricoperte di pini e l’azzurro abbagliante del mare.
Nello scompartimento, poi, uno scoccciatore da manuale, uno di quei manager rampanti che tu detesti, oltre a parlare quasi ininterrottamente al cellulare, nei pochi momenti in cui taceva non ha fatto altro che guardarmi le gambe e fare il cascamorto, lanciando occhiate che, secondo lui, avrebbero dovuto fulminarmi. Una pena.
Comunque, a dio piacendo, il cretino è sceso a Beaulieu e il treno, dopo altre tre ore a singhiozzo, ha fatto il suo ingresso nella stazione di Arles. Che è deliziosa. Piccola, pulita, ordinata. Con un bar vecchio stile, molto elegante, nel quale mi sono letteralmente tuffata in cerca d’acqua fresca.
Superate le mura romane che accerchiano la città, ho trascinato il mio troller per stradine e stradette, vicoli e vicoletti, ho attraversato piazze e superato chiese battute dal sole traverso del tardo pomeriggio - maledicendo, come capita ogni volta che mi metto in viaggio, di averci stipato troppa roba, che si sarebbe certamente rivelata superflua - e finalmente sono arrivata all’Hotel che si affaccia su place du Forum, dalla quale prende nome.
La piazza è minuscola, quadrata, e una trentina di platani circondano la statua rugginosa di Mistral, il poeta simbolo della città, e ombreggiano un paio di brasserie e due fra i bar più famosi del mondo: il bar Van Gogh - che ha tutto, ma proprio tutto, tovaglie, tavoli, sedie, cuscini, pareti, tendoni di un meraviglioso “giallo van gogh” e il bar dell’hotel Nord Pinus, che ha sedie e divani azzurri e blu disposti, insieme ai tavolini, direttamente sul marciapiedi, ed è noto, fra l’altro, per aver ospitato a lungo Scott Fitzgerald.
Insomma, un trionfo di colori di Provenza che, ti assicuro, riesce a mettere allegria anche dopo un viaggio infernale di nove ore e mezza.
La notte dei Drakkar
Martino Gonnelli
Luglio 2007
€ 16,50 - isbn: 9 7 88876390302
Sono trascorsi 20 anni da quando Ettore, Rachele, Carlotta, Ovidio e Gaetano hanno lasciato il liceo, ma la scomparsa di un loro vecchio insegnante di Storia li riunisce su una piccola isola del Baltico.
I ragazzi di un tempo sono diventati professionisti di successo: Ettore è un cardiochirurgo affermato, Rachele è una parlamentare rampante e determinata, Carlotta una showgirl in attesa di posare per un famoso Calendario, Osvaldo un artista multimediale molto ricercato e Gaetano Lo Cascio, in arte Gano, uno stilista gay sulla cresta dell’onda.
A Draupnir dovranno cercare un tesoro che il Professor Emanuele De Nardi morendo ha lasciato loro in eredità. L’indicazione per trovarlo si nasconde in un messaggio in versi estratto da un antico testo che si rifà alla mitologia nordica, l’Edda Poetica.
Durante il soggiorno nel gruppo riemergono antichi rancori, rivalità, ma anche rimpianti che il tempo non è riuscito a cancellare. La risoluzione del mistero verrà compromessa da un grave incidente che li costringerà a fare i conti col proprio passato.
Quando torneranno finalmente alla vita di tutti i giorni, saranno irrimediabilmente cambiati.
Prime pagine
ETTORE
Milano, 15 marzo 2006, ore 06.00.
Si svegliò con un gemito, la sirena di un’ambulanza si stava allontanando nel traffico delle prime ore. Il grande loft al quinto piano, una mansarda open space di centoquaranta metri in stile Jap, era freddo e umido.
I caloriferi accesi già da un’ora da operose automazioni domestiche, cominciavano a diffondere una minima aura arancione: aspirazione buddista, opportunismo occidentale.
Rimase immobile per qualche istante, incapace di far altro che muovere gli occhi intorno a sé, respirando forte. La dolcezza e l’angoscia di quel sogno lo braccavano ogni volta, incastrandolo in un limbo dolce-amaro. Aveva il cuore a pezzi. Una malinconia assassina che non riusciva a spiegarsi.
Si trascinò nell’angolo cucina camminando scalzo sulle assi di wengé oliato. Scaldò un fossile di caffè nel bollitore e si sedette sul futon con una ridicola tazzina di scoiattolini stilizzati.
Perché sognava sempre quella bambina? Chi era? E perché, dopo che si era svegliato avvertiva quel frustrante senso di lontananza?
L’immagine di lei gli restava appiccicata allo stomaco. Voleva risentire ancora il suo profumo, percepire il suo calore che, come un piccolo sole taumaturgico, aveva il potere di restituirgli una specie di purezza antica, una dignità perduta.
La rivedeva mentre oscillava leggera tenuta su dalle sue braccia. Alle loro spalle un mare tinto di blu e di verde, respirava possente. Poi succedeva qualcosa. L’aria diventava fredda e di colpo un ululato feroce si alzava dalle onde, come il grido di un grosso cetaceo e la bambina gli sfuggiva dalla presa…
Era stato il lacerante suono di un’ambulanza vicinissima che l’aveva traghettato fuori dal sogno.
Le donne si profumano troppo
Letizia Gianmoena Monti
Ottobre 2006
14,50 € - isbn: 88 76390 2 43
Le donne si profumano troppo?
Difficile dare una risposta. Così come è complicato spiegare perché una donna con un marito innamorato, una figlia, un bel lavoro, degli amici, insomma con tutti i presupposti per essere appagata perda la testa per un uomo convinto che "L'amante sta al marito come il brillantante al sapone. Solo il brillantante può restituire la lucentezza ai colori opacizzati dall'uso."
Lucia Severini, per tutti Ciotola, ha una relazione segreta e incomprensibile con il Direttore di un teatro che metterà in crisi la stabilità di una vita in apparenza tranquilla e serena dandole in cambio solo dolore. Ciotola si rende conto dell'aridità del suo amante, sa che questa storia non potrà avere futuro e, soprattutto, vorrebbe capire come sia stato possibile farsi coinvolgere in un rapporto senza averne visto i pericoli.
"Rimuginava nel tentativo di capire perché dopo aver percorso per cinquanta anni un sentiero a volte impervio ma lineare aveva trovato una curva e dietro la curva un paracarro; perché non l'aveva schivato, era lì, ben visibile, perché lo non aveva evitato? Perché non aveva capito in tempo che colui che pareva assecondare il gioco in realtà lo conduceva?"
Con vivacità ma anche durezza l'autrice, lontana da pre e post giudizi, si limita a raccontare ... l'ultima sentenza, infatti, spetterà al lettore.
Prime pagine
Il teatro sembrava finto. Ormai mancava una manciata di minuti alla mezzanotte dell'ultimo giorno dell'anno e il teatro immerso in quell'atmosfera di attesa sembrava ancora più fatiscente. Lo spettacolo era terminato da poco. Una tenda di velluto pesante penzolava, forse strappata da uno spettatore ansioso di uscire, di immergersi nei festeggiamenti di Capodanno che nelle strade avanzava inesorabile con i suoi riti demenziali.
Le sue collaboratrici lo avevano abbracciato con affetto frettoloso prima di uscire. Erano carine nei piccoli vestiti corti e stretti che contenevano a stento la giovinezza esplosiva. Le aveva seguite con gli occhi, attentamente aveva valutato gambe e cosce. Inspirando profondamente l'aria densa di fumo, di polvere, di profumi femminili il Direttore stabilì che le donne si profumano troppo e che avrebbero dovuto lavarsi meno per lasciare una scia che attirasse il maschio, esattamente come succede in natura.
Non trovava l'agenda.
Rovistava nei cassetti con l'ansia che montava. Quel piccolo intoppo rischiava di fargli perdere la memoria. In quell'agenda erano catalogate in rigoroso ordine alfabetico e cronologico tutte le donne della sua vita, tutte quelle che, anche per qualche momento, aveva posseduto. La contabilità amorosa lo inorgogliva. Pochi avrebbero potuto vantare un elenco così lungo, ricco e variegato: novantadue donne, novantadue virgola cinque, per l'esattezza.
Inseguendo le note di un tango
Antonio Steffenoni
novembre 2006 pagine
14,50 € - isbn: 88 76390 22 7
Se è vero - come dice un tango - che è necessario fingere per riuscire a vivere decentemente, è ancora più vero - come dicono queste storie - che è essenziale, nella vita, trovare in se stessi il coraggio e la dignità per inseguire la propria personalissima canzone. Perché questa canzone ci somigli.
Barcellona e la Costa Brava, Arles, Santiago del Cile, Fermenterà, Aurach e Kitzbuel, Milano e Ischia, Minorca e Port-Cros, sono i posti in cui vivono, o si rifugiano, i protagonisti di questi racconti. Ognuno di loro cerca di realizzare il difficile accordo fra affetti del passato e nuove passioni, fra attese di future felicità e amari risvegli. Ci sono amicizie che muoiono e amori che nascono, rivelazioni che arrivano quando sembra troppo tardi e segreti che non vogliono essere svelati. Ci sono drammatiche - e liberatorie - rese dei conti fra padri e figli, madri e figlie, amici e amanti. Ci sono donne che, insieme, cercano un riscatto e uomini che non si rassegnano a una vita di inutili fedeltà a una donna, a un lavoro o a una società che non amano più. Tredici storie - che sono in realtà una sola storia a più voci - che tredici personaggi - che sono forse un solo personaggio - raccontano in prima persona con partecipazione, con ironia, con spregiudicatezza, sempre con assoluta sincerità.
Prime pagine
Quanto peso ha il passato, cara Paola. Quanto pesa.
Per ricordarlo mi basta osservare Carmen, la donna che occupa il letto di fianco al mio. Corpulenta e di pelle ambrata, sui trent'anni, seria e imbronciata come una bambina immusonita, è arrivata quattro giorni fa, di sera, scortata da due agenti di polizia, con un braccio ferito legato al collo.
Appena entrata, obbediente, si è stesa nel letto che le hanno indicato, e lì è rimasta, da allora, quieta e remissiva, come se già sapesse che niente di quello che le poteva ancora succedere avrebbe mai avuto la forza di cancellare ciò che le era già successo prima.
Molti le hanno chiesto perché fosse arrivata con la scorta e lei, con disarmante sincerità, e con la semplicità con cui lo farebbe, appunto, una bambina, lo ha spiegato a tutti: ha ucciso un uomo e, facendolo, si è ferita. Per questo ha il braccio sinistro fasciato e legato al collo.
Ha precisato che l'ha ucciso perché sapeva di doverlo fare. Capisci?
Lo sapeva da due mesi ormai. Da quando si era irrimediabilmente ammalato il fratello maggiore. Se non fosse morto sarebbe stato lui a uccidere quell'uomo, ma è morto e allora ha dovuto provvedere Carmen. Toccava a lei. E lei ha fatto quello che andava fatto.
Malamata
Alessandra Comerio
Giugno 2006
12,50 € - isbn: 88 76390 18 9
Malamata è il nome con cui Lucia definisce se stessa.
La protagonista ripercorre, attraverso le pagine di un diario terapeutico i suoi traumi, l'abbandono della madre, la "grande Emma", le molestie del patrigno, la propria omosessualità, il tumore al seno.
Ma è anche attingendo ai ricordi buoni, come le figure dei nonni genovesi, che Lucia matura decisioni importanti. Durante una vacanza nell'entroterra ligure scala in solitudine il monte Carmo e si rende conto che la vita va scalata allo stesso modo.
Deciderà di ricoverarsi in una clinica a Milano senza temere la realtà del futuro che l'aspetta. Vittorio un anziano paziente, l'aiuterà a comprendere i valori fondamentali della vita e le permetterà di riconciliarsi con il mondo maschile.
Ricca di questa nuova consapevolezza, il suo tempo interiore coinciderà con il tempo reale. Ciò che per il lettore è la fine del diario, sarà per Lucia l'inizio di una nuova esistenza.
Prime pagine
Le parole mi sono sempre state amiche. Sono state carezze materne immaginate, pasticcini al cioccolato da addentare con femminile disperazione.
Di parole ho riempito quattordici diari.
Ora stanno per finire nella spazzatura, ma prima, hanno diritto a un piccolo rito sacrificale.
Ho aperto al sole e all'aria del mattino le finestre della sala, mi sono seduta sul pavimento, a gambe incrociate, con la schiena appoggiata alla poltrona, li ho disposti a semicerchio tutt'intorno a me in ordine di data.
Ho letto qualche pagina a caso sentendomi come il boia che, prima di spedire il condannato all'altro mondo, tanto per mettersi l'animo in pace gli offre una sigaretta e una benedizione.
Tutta questa "consolazione" che non mi assomiglia e in cui non mi riconosco, non poteva che finire nel cassonetto della raccolta differenziata.
"Così, dottoressa, a suo avviso scrivere un diario potrebbe condurmi alla guarigione?"
"Potrebbe farla stare meglio, sì."
"Stare meglio è un termine piuttosto impreciso. Chi, che cosa dovrebbe stare meglio secondo lei? Il mio spirito o questo mio corpo mascalzone?"
"Forse entrambi, forse nessuno dei due."
Una risposta di stampo politico che tuttavia non ho contestato. Anzi, da paziente obbediente quale mi reputo, ho concesso alla dottoressa Lisieri la mia fiducia... e la mia speranza.
La signora delle acque
Silvia Messa
Luglio 2006
14,50 € - isbn: 88 76390 16 2
L'architetto Godola sta per ultimare un misterioso castello a Collelungo. Vi si insedierà la famiglia del conte Bruno, uomo d'armi apparentemente solido e saggio. Le vicende dei membri della sua casata tesseranno la trama principale del romanzo ambientato in un medioevo fantastico. Accanto a Bruno il fratello Furio, medico alchimista, pieno di fascino, inquieto e curioso. Fra i due Leonora, moglie di Bruno, darà alla luce Eugenio il futuro erede. Una serie di accadimenti drammatici spingeranno Leonora a cercare Godola, misteriosamente scomparso, in un mondo sospeso tra il reale e la magia dove vivono strane creature, ninfe, orridi serpenti e volpi azzurre.
Nel corso delle vicende che ci porteranno fino in Terra Santa si incontreranno molti altri personaggi, quattro cavalieri amici di Furio, dame di compagnia, capi delle guardie, un capomastro e i suoi operai, una levatrice in odore di stregoneria, un comandante di navigli, marinai, crociati, pescatori e vasai. Accanto a questi prenderanno forza un saggio veggente che sembra l'unico a conoscere il destino di tutti e Marya, una prostituta egiziana, in cerca di redenzione.
Un potente vescovo minaccia il futuro della contea e solo l'intervento di Saeva, la misteriosa signora delle acque e delle ombre potrà salvare il casato.
Prime pagine
Ero.
Prima delle mura, delle torri. Prima dell’idea di questo castello.
Prima del desiderio che ne segnò il destino.
Prima della maledizione che fece di questa collina una terra di pace, un baluardo contro la paura, una meta per un popolo.
Ero prima di tutto questo.
Pensano, gli uomini, che la pietra custodisca la vita.
E allontani la morte.
Pensano che un fossato e un ponte separino e uniscano
il dentro e il fuori, la sicurezza e la minaccia.
Pensano, gli uomini, e trasformano in cose i loro pensieri.
Disegnano, progettano, scavano, innalzano.
Io non ho bisogno di fare.
Io sono Saeva.
I miei desideri hanno mutato un luogo qualsiasi nel mio mondo.
Segreto, fluido, senza luce.
Un mondo d’acque.
Io sono la Signora delle Acque.
È successo tempo fa, nel cuore del lago.
Ma anche qui fuori, fino ai confini del bosco, ho tanti poteri.
Posso essere ogni creatura.
Signora di ogni respiro d’albero o animale,
di foglia, spina e ramo e frutto.
Di pelo, dente, artiglio, pinna…
Signora di Collelungo. Fino all’arrivo del costruttore.
Lui, fragile. Lui, mortale.
Eppure, nella testa ha pensieri grandi,
guglie fino al cielo, la pietra che si fa nube, aria, luce.
È un artefice
Conosce la magia degli elementi.
Ho visto quello che è. Ho visto quello che ha saputo fare.
Io lo voglio.
Voglio quell’uomo e la scintilla divina che ha dentro.
Sarà il seme per il mio ventre.
Sono pronta.
Il tempo per me di generare è giunto.
Lui, forse, sarà pronto per me.
Verso Collelungo
Godola si appoggiò alla balaustra del più alto torrione del castello e osservò compiaciuto quell’edificio perfetto. Davanti a lui la foresta si estendeva fino all’orizzonte brumosa per l’ora tarda e, voli di uccelli persi nell’indaco del cielo, preannunciavano una notte serena e un domani pieno di luce e calore.
Il regio architetto si domandò che cosa l’aspettasse il giorno seguente e gli altri che sarebbero venuti. Idee, progetti, difficoltà affrontate, nel suo ricordo si erano trasformati in volte e pilastri allineati a sorreggere un’infinita serie di costruzioni. Gli ultimi lavori di decorazione, ai quali sovrintendeva personalmente, erano conclusi.
‘Finita l’opera, finita la vita!’ pensò. L’equazione gli parve di un’evidenza crudele, ineluttabile. Dietro l’espressione ermetica dei tratti orientali del suo volto, si agitava un rincrescimento acuto, una nostalgia senza oggetto, un desiderio cui tutti i suoi anni e la sua conoscenza non riuscivano a dare un nome.
Ancora pochi tasselli di pietra colorata e il grande mosaico del cortile sarebbe stato completato.
A tempo debito
Carlo Alberto Parmeggiani
maggio 2006 pagine 224
14,50 € - isbn: 8876390197
A tempo debito narra la storia di uno che non conta, un senza nome, un giovane e civile bolognese che, dopo un’insurrezione personale contro un’esistenza dissociata, butta via un buon mestiere e attraversa da moderno picaro spiantato due città, con l’ausilio delle vecchie mappe dei deserti degli amori andati male, della famiglia disgregata, della carriera, delle amicizie e dei fallimenti individuali, andando alla ricerca di una terra nuova. E’ dunque una tragicomica discesa, verso quanto di peggio i benpensanti non hanno mai smesso d’esecrare. Ma è anche una storia di un irrobustimento, di una guarigione, di una accettazione e della lievitazione di un insopprimibile candore che ha a che fare con vicende e personaggi a volte edificanti e a volte esilaranti e disumani.
Prime pagine
Tempo I
(molto breve, in cui si rumina il risentimento di un pensiero)
Per mio fratello è ormai la fine. L'attesa di qualcosa di migliore per lui è già finita.
Con lui, al mio ritorno a casa, c'è mia cugina Adele e lo zio Alfredo che la tira per le lunghe con la sua filosofia della vita, da far venir la voglia di chiudergli la bocca con un tovagliolo. Mio fratello è disteso a pancia all'aria sul divano, con gli occhi semichiusi e forse spera che allo zio gli si incendi la fornace, la smetta di parlare e se ne vada.
Da un po' Corrado sa di dover morire. Anche noi tutti lo sappiamo e lo sappiamo bene. E' una legge naturale. Ma lui sa pure che non arriverà forse a Natale, forse nemmeno al giorno prima. Il male se l'è preso e se l'è già mezzo divorato a gran bocconi. Adesso si spolpa quel che resta, adagio adagio, con una cattiveria quasi umana e lui non riesce più nemmeno a stare in piedi. Casca in qua e in là come un pupazzo fatto di cascami. Scivola, si piega, s'appoggia dove trova e la testa gli va dove le pare.
Da alcuni giorni io lo sposto di peso da ogni luogo della casa. Lo alzo dal letto e lo porto sul divano, dal divano lo riporto poi sul letto, oppure su di una poltrona. Lo giro su di un fianco e poi sull'altro e poi di nuovo su quello che non gli andava prima. Ma non c'è verso che trovi un po' di pace, che riesca a dormire un paio d'ore. Si lamenta, soffre, si palpa la carcassa ancora più smagrita, tira moccoli alla cieca, maledice il mondo intero e quaranta milligrammi di morfina gli fan l'effetto di una limonata.
Il Maestro e gli altri
Luigi Lunari
maggio 2006 pagine 160
14,50 € - isbn: 8876390170
“Ma insomma, che cazzo vogliono? Era uno dei rari giorni in cui il Maestro veniva in Teatro, all’infuori dei periodi di prova. In quelle occasioni, seduto nervosamente dietro la candida scrivania dal piano ordinatissimo e inviolato, raccoglieva i problemi, le istanze, le grane che il semicerchio devoto e intimorito dei collaboratori gli presentava,…” In questa divertente e incalzante vicenda, l’autore utilizza la profonda conoscenza dell’ambiente e dei personaggi del Piccolo Teatro di Milano dove ha lavorato per diversi anni) con toni di travolgente efficacia umoristica. Narra la “rivoluzione” che contrappone al Maestro (il celebrato regista dalla chioma leonina e dal pittoresco linguaggio) la grande folla dei suoi dipendenti, amici fidati e collaboratori, tutti poco a poco coinvolti nell’incredibile progetto di costruire all’interno del Teatro stesso una filodrammatica. La spietata e titanica lotta tra i “congiurati” e il Maestro che nella filodrammatica vede un sacrilego attentato al proprio “territorio”, costituisce il filo conduttore del romanzo.
Il Diavolo a Milano - Fantasmi di Schumann a Manhattan
Filippo Tuena
dicembre 2005 pagine 103
10,50 € - isbn: 8876390146
Cammina con passo leggero, con andatura lieve. Si direbbe che danzi.
Svolazzano come fossero ali i lembi dello spolverino color senape che indossa…
Quest’oggi, dopo innumerevoli tentativi, sono quasi riuscito a coglierlo in fallo…
Nel McDonald’s di Wall Street, in un pomeriggio di fine dicembre.
Nonostante l’ora di punta il locale è poco affollato; un pianista in camicia bianca suona Schumann…
Prime pagine
Qualcuno mi segue. E’ da giorni che un uomo mi perseguita, pedinandomi. E' guardingo e si tiene a distanza facendo in modo che non si arrivi mai a un contatto diretto, ma io sento che mi segue. Ho provato più volte a seminarlo, ma conosco poco e male questa città.
L'uomo è magro e sottile. Agile. Cammina con passo leggero, con andatura lieve, quasi si direbbe che danzi. Svolazzano come fossero ali i lembi dello spolverino color senape che indossa sia di giorno che di notte, sia col sole che con la pioggia, e suggeriscono un sentimento di leggerezza. Del resto è molto lesto a nascondersi dentro un androne, dietro un chiosco dei giornali, non appena io compio il gesto di voltarmi. Quest’oggi, dopo innumerevoli tentativi, sono quasi riuscito a coglierlo in fallo. E' accaduto in via Verdi, di fronte al palazzo di granito della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Era a pochi metri da me. E io ero sicuro di sorprenderlo. Avevo già in mente di afferrarlo per il bavero, sollevarlo in aria - non sembra molto pesante - minacciarlo e scaraventarlo a terra. Ma ho sottovalutato la sua agilità. Quando mi sono voltato, con un balzo improvviso lui si era già nascosto dietro una delle colonne di granito del palazzo. Ho girato attorno alla colonna e l'ho trovato immobile e serafico che leggeva un quotidiano. Ha distolto lo sguardo dalle pagine, ha abbassato il giornale e mi ha sorriso come se mi chiedesse ‘desidera?’. Io ho taciuto.
Dall'altra parte del lago
Gioia Maestro
dicembre2005 pagine157
13,50 € - isbn: 88760390073
La storia in cui si intrecciano due vicende, si svolge a Stresa sul lago Maggiore ai giorni nostri.
Da una parte c’è Gemma, una giovane donna che arriva dalla Terra del Fuoco dove, molti anni prima i suoi parenti si erano trasferiti; dall’altra c’è Errico, un ragazzo sedicenne che sta attraversando un periodo di crisi e che verrà aiutato proprio dalla ragazza a ricostruire una parte oscura del passato della sua famiglia. Il punto di incontro è un illustre psichiatra, Edgar Kranz che per motivi diversi è legato sia a Gemma che a Errico e si trova coinvolto a dipanare un caso in cui le ombre dei morti offuscano e inquietano il presente dei vivi. Nell’insolito ruolo di detective saprà guidare i due giovani a sciogliere i nodi del loro malessere verificando la teoria esposta da Recamier sull’elaborazione del lutto e impedendo che ”il peso del dolore rimasto in sospeso ricada sulle spalle dei più deboli”. Alcuni misteri irrisolti attraverso una concatenazione di avvenimenti incalzanti ricostruiranno il puzzle finale, componendo, finalmente nitida, la mappa del passato.
Prime pagine
- Allora, Edgar, hai visto il ragazzo di cui mi parlavi?
- È uscito adesso, guarda.
Egdar Kranz indicò un punto oltre la finestra sul parco dove due figure maschili camminavano affiancate in direzione del cancello. Le schiene rigide e diseguali rimanevano distanti, il figlio faticava ad adeguarsi al passo del padre.
- Che te ne pare? - Lo sollecitò Andrea Ferri che, prima di accomodarsi su una delle due poltroncine di cuoio, allungò una mano verso un pacchetto di caramelle allineato a una serie di cartellette meticolosamente impilate sul tavolo del collega. “Tutto perfettamente in ordine” pensò “come Edgar del resto”.
- Posso?
- Ma certo. - Kranz sedette a sua volta e prese a carezzarsi distrattamente la fronte corrugata.- È un soggetto difficile da valutare, ascolta.
Prese il registratore dallo scaffale della libreria alle sue spalle e premette il tasto play:
“E' proprio come quando Rufus incontra qualcuno al parco, si avvicina, annusa e, se non gli piace, si allontana con indifferenza. Io credo... so che ha a che fare con l'odore dei miei pensieri. Ma a me non importa, anzi, va bene così, non ho bisogno di nessuno.
L'eredità del padre
Cristian Isola
novembre 2005 pagine 144
12,50 € - isbn: 8876390111
L’EREDITA’ DEL PADRE
La terra aspra delle colline piemontesi, gli umori asciutti della sua gente, gli odori forti e i gerghi animosi sono lo scenario che fa da sfondo ai racconti che compongono “L’eredità del padre”. All’interno di questo contesto, a mezza via tra il reale e l’immaginario, hanno trovato spazio storie e personaggi realmente esistiti trasformati in archetipi della civiltà contadina.
“Le due guerre”, che apre questa serie di racconti, sottolinea quanto vero e quanto duro sia stato per la povera gente non solo andare al fronte della Grande Guerra, ma anche rimanere a combattere tutti i giorni con una terra spesso ingrata. L’eco della miseria e dei bombardamenti spingeranno il povero “Paulè Mangianeve” a cercare nel delirio e nella morte la pace che non riesce più a ritrovare nei riti quotidiani del suo paese. Paesi duri quelli di queste storie perché ritornare significa rimanere intrappolati in un destino che non ha aperture. Ne sa qualcosa Teresa perché, quando finalmente sembra possa esserci un piccolo spiraglio di serenità nella sua vita, subito si vede presentare il conto proprio da chi avrebbe dovuto garantirle un sostegno per la sua vecchiaia. Meglio allora, come semi di gaggìe, lasciarsi trasportare da un vento governato dal caso, non importa dove purché lontano.
Prime pagine
Le due guerre
Pietro aveva finito di parlare già da un pezzo, ma era come se Primo non avesse sentito niente. Guardava la campagna girato di spalle e quella sera aveva l’anima di traverso, perché era da un pezzo che le cose nei campi marcavano male.
«Cinque lire al giorno è troppo. Lo so che voi siete nelle canne, ma io ci sto tanto come voi. Il Giacomo non mi può rendere come un uomo e poi è tuo figlio, perciò è un perdaballe (1)».(Perdigiorno)
Primo era una montagna asciutta, senza moglie né figli né sentimenti. A lui importavano solo la fame e i conti, e i conti quel bestione li sapeva fare fin troppo bene.
«Allora non se ne fa nulla – disse Pietro – tu prendi pure un uomo, io il Giacomo lo porto giù al Bobba, che gli danno le capre da guardare. E se si piglia le cavezzate gli dirò di bestemmiare il suo barba(2)».(Zio)
Guardò le spalle di Primo per scovargli una scossa di pietà. Ma quello non si muoveva di un briciolo, masticava amaro e pensava che senza il fratello sarebbe stata parecchio dura. Ma il Giacomo era troppo piccolo.
«Piglierò a giornata qualche disgraziato che vien su da Valdolenga, laggiù ha tempestato e quest’anno vendemmiano la fame. Con cinque lire al giorno mi porto in casa un uomo che fa tre volte il lavoro del Giacomo».
Pietro si sentì bollire il sangue, fece la voce dura anche se il fratello lo intimoriva.
«Fosse ancora vivo nostro padre ti farebbe la schiena a righe a forza di cinghiate».
«Nostro padre era un mangiagrilli insensato. In quarant’anni non è stato buono a comperare neanche uno sputo di terra. E adesso ci tocca mangiare i grilli pure a noi».
“Marcava male quando il Primo la metteva così”. Le ore passavano veloci e Pietro aveva la cartolina del precetto piantata nel cuore, all’alba sarebbe partito e quello non si spostava di un millimetro. Mentiva quando minacciava di portare Giacomo al Bobba sapeva bene che non lo avrebbe mai fatto, perché laggiù i bergamini (3) (Stallieri) li trattavano peggio delle bestie. Bastava che una capra filasse un po’ più lontano dal gregge o andasse a mangiucchiare nella riva del vicino, che saltava fuori il padrone a cavallo bestemmiando e facendo fischiare la cinghia nell’aria. Pietro vedeva già la schiena del figlio piegata sotto le nerbate e si sentiva mancare l’aria. Buttò lì l’ultima carta, prima di scoppiare in lacrime.
«Allora facciamo un affare. Ti pigli il Giacomo e lo paghi a grano. Poi man mano che le stagioni corrono gli metti anche due soldi in tasca. Tre lire, quattro, cinque, quello che vuoi. E la Filomena ti viene a fare l’orto un giorno sì e l’altro no».
La spalle di Primo erano sempre fisse alla valle e sembravano riempirla tutta. Sputò in terra, masticò un mezzo sacramento e poi si girò con lo sguardo duro.
Ricette per vivere e sopravvivere
Letizia Gianmoena Monti
ottobre 2005 pagine 221
13,50 € - isbn: 8876390103
RICETTE PER VIVERE E SOPRAVVIVERE
Di Letizia Gianmoena Monti
Nella vita come in cucina per vivere e sopravvivere bisogna seguire delle ricette. Ognuno ha le proprie e in più deve trovare dei “trucchi” per gestire avversità gioie e dolori e la maniera per barcamenarsi rimanendo sempre a galla.
Luogo di incontro- scontro dei personaggi di questa spumeggiante vicenda è un loft sui Navigli ricavato in un edificio di fine Ottocento, nonché sede di una azienda di successo di libri per bambini. Sauro Battaglia è il presidente della B&C Plurimpar Business, un uomo che si è costruito con le sue mani e convinto di essere il predatore perfetto. In realtà e’ l’ambita preda attorno alla quale si aggirano tutti gli altri protagonisti, perché i motivi per vendicarsi dei soprusi sono davvero tanti. Giorgina è la segretaria devota ed efficiente, delusa dagli uomini che l’hanno fatta tanto soffrire e prepara caffè molto speciali. Ivana è la nuova grafica molto sexy che è capitata nell’azienda non proprio per caso, ma con un’intenzione ben precisa. Giacomo è il padre di Sauro, sembra matto ma forse è il più “normale”, prepara polpette per i mici e cerca di difendersi dall’arrivo degli schiavi. Vincent è il creativo gay brasiliano che inventa fiabe-denuncia di grande successo.
Accanto a molti altri, ma sopra tutti c’è Concetta, la moglie di Sauro, sottomessa, insicura, un po’ impacciata ma che alla fine riuscirà a trovare la ricetta vincente!
Prime pagine
Tarte - Tatin
Il dottor Sauro Battaglia, appoggiato alla balaustra in ferro battuto del suo loft, ricavato da un edificio fine Ottocento sui Navigli, osservava profondamente soddisfatto la strampalata compagine che brulicava nell’ammezzato per la tradizionale festa di inizio vacanze. Era il Presidente della B&C plurimpar business così chiamata in un delirio di onnipotenza anagrammando Nec pluribus impar cioè sono il più grande, nessuno mi è uguale.
Un raggio di sole che entrava dal lucernario, tagliando di sbieco l’aria torrida, si rifletteva su un cranio lucido.
Inspirò profondamente e raddrizzò la schiena per godersi meglio la sua gente, si era sempre barcamenato veleggiando seguendo i venti ed era diventato molto ricco.
Oltre al cospicuo conto in banca, possedeva un paio di macchine fuoriserie, un patrimonio considerevole in immobili di pregio e ovviamente… una barca! Quello che più lo inorgogliva però erano le risorse umane: un organico in cui, democratico com'era, annoverava donne, meridionali, due albanesi, otto gay, un fattorino magrebino, l'interprete rumena e il creativo brasiliano.
Legno d'ulivo
Ettore Maria Negro
maggio 2005 pagine 176
13,50 € - isbn: 8876390065
Il “palcoscenico” in cui nasce, si sviluppa e trova conclusione questa vicenda è un piccolo paese del Sud, all’alba delle prossime elezioni comunali.
I due attori principali sono Don Emanuele Cicoriella sindaco e rappresentante della Destra e Don Vittorio Decòmini nobile proprietario terriero e “inaspettato” candidato per l’opposizione.
“Don Vittorio con la Sinistra, come i braccianti e gli operai?” Difficile crederci ma non impossibile se ci sono di mezzo terreni in attesa di patente di edificabilità …
Nel procedere delle diverse scene, con forza o timidezza entreranno molti altri personaggi ognuno interprete a modo suo di modi di pensare, abitudini, pregi e difetti di una piccola cittadina Tra i protagonisti non manca neppure il Santo del paese. La trama si snoda, infatti, attorno alle macchinazioni che i candidati cercano di escogitare per accaparrarsi l’organizzazione della processione annuale per Sant’Antonio; bande, orchestre e fuochi d’artificio rappresenteranno le armi per ottenere il maggior numero di voti. E’ “una storia di uomini” in cui vivono, si scontrano e si compensano acerrime gelosie, vendette, ma anche slanci di bontà e poesia che faranno in modo che il sipario nell’atto finale si chiuda con un sorriso e nessuna vera “vittima”.
Prime pagine
Nel Sud, in una terra che ha vissuto quattro secoli di gloria spagnola, non stupisce che ancora oggi venga usato l’appellativo di Don. Il titolo, che spettava un tempo al re, ai baroni e ad altre specie di tale genia, in questo paese di quindicimila anime sperduto in una pianura rigonfia di ulivi si accompagna anche al nome di alcune famiglie che attraverso secoli, decenni o solo qualche anno, hanno conosciuto la ricchezza. Latifondisti che godono degli espropri compiuti dallo Stato liberale ai danni della Chiesa; profittatori della rovina di grandi casate che hanno consumato le proprie fortune ai tavoli da gioco; spietati affaristi che hanno acquistato le terre da piccoli proprietari costretti a vendere per un raccolto andato a male. Nuove fortune che spesso si contrappongono ad inveterate tradizioni nobiliari: ricchezze nate dal nulla e ricchezze, viene da dire, per tradizione di famiglia. Don Vittorio Decòmini, barone di Torrefosca, seduto alla scrivania di mogano, nel suo studio, stava ripiegando con cura inviti per festeggiare il suo quarantesimo anniversario di matrimonio con l’ultima erede dei conti Bedabelviso.
La vera storia di John Fake McCoy
Daniele Pierotti
maggio 2005 pagine 176
13,50 € - isbn: 8876390057
Nella Londra del 2000 la Genius Program Ltd, una società di consulenza musicale ed artistica ha deciso di cercare una nuova star da lanciare nel mondo dl rock. La sfida, raccolta da un “creativo italiano”, viene raccontata e commentata da un ex soldato reduce delle Falkland, che ora lavora alla Genius. La scelta ricade su un ragazzo che, nonostante non sappia nulla di musica, sembra fare proprio al caso loro. Inizia così la storia di John Fake McCoy, ovvero di un personaggio costruito per fare business. Con umorismo cinico Dick Diederbite descrive le contraddizioni e le crudeltà di una realtà dove l’immagine è tutto e la vicenda, che comincia in maniera divertente ed ironica, condurrà il lettore a riflessioni su tutto ciò che sembra solo consumismo e facile provocazione. La struttura narrativa è costruita in modo da rovesciare la dinamica del tipico romanzo giallo; pur accadendo un delitto non dobbiamo cercare il colpevole quanto assistere ad un ennesimo fallimento di chi nato killer non vorrebbe più esserlo. Il destino e le circostanze befferanno questo desiderio di redenzione.
Prime pagine
Centosedici… centodiciassette… centodiciotto… centodiciannove… centoventi… e stanno ancora applaudendo. Bene!
E’ la mia personale prova del nove: se dopo l’ultimo bis non applaudono almeno per centoventi secondi – due minuti tondi tondi di rumore inutile – vuol dire che qualcosa non sta funzionando. Niente di scientifico, intendiamoci, però il riscontro dei fatti mi ha sempre dato ragione… Centosettantuno secondi: quasi tre minuti, niente male. Le luci sono tutte accese, sotto la cascata di fotoni artificiali la gente comincia a scemare: hanno capito che ormai non ci saranno più bis. Domani sera i “Lokomotiv 3000” replicheranno a Brixton: la seconda data del loro primo tour, ma io non ci sarò più, io sarò già immerso in un altro lavoro e loro per me saranno solo passato. Non ho più niente da fare qui, tranne emettere il mio vaticinio: due stagioni alla grande, poi un grigio declino. Se saranno fortunati azzeccheranno qualche canzone di tanto in tanto, quello che basta per rimanere a galla nelle sabbie mobili della musica leggera.
Jole Jolanda
Gualtiero Castelli
marzo 2005 pagine 160
16,50 € - isbn: 887639001
Questo libro racconta una storia vera.
Vera è la Milano in cui si snoda la vicenda, dai primi del ‘900 fino ai giorni nostri; vera è la vita nelle case di ringhiera, nelle osterie e nelle prime case popolari, ma soprattutto è vera lei, la protagonista, Jole. Una donna semplice, ma determinata che non si lascerà sopraffare da niente e da nessuno. Non saranno né la guerra né la povertà ad infrangere i “comandamenti” che di volta in volta avrà stabilito per realizzare i suoi sogni. Con lei, si affaccerà anche il mondo incantato e magico di chi, proprio perché non ha nulla o poco, sa godere delle piccole conquiste della vita: una casa, una famiglia, dei figli. L’aiuterà Jolanda, il suo alter-ego, che la spingerà a chiudere gli occhi per far sparire tutti coloro che la vorrebbero vedere rassegnata a subire un destino che accomuna le donne della sua condizione. Jole, attraverso Jolanda, riuscirà a mettere a fuoco infiniti orizzonti per diventare una donna indipendente, appagata e pacificata con il proprio passato. E’ un romanzo che diverte, incanta, commuove e trascina chi legge ad essere partecipe diretto delle vicende della sua protagonista.
Prime pagine
Era il 1943.
Una chiesa con paramenti a lutto e Jole che protestava:
"Me spusi no! Non mi sposo! Porta male".
Giordano cercava di convincerla, come aveva sempre fatto e
come avrebbe continuato a fare per tutta la vita: accogliendo i
suoi sfoghi, dandole importanza, mantenendo la calma e
diventando per questo il nuovo oggetto dei suoi attacchi.
Senza accorgersene lei aveva varcato la soglia lasciandosi
alle spalle il portone e i suoi lugubri presagi, ripristinando
dentro di sè quell'ordine delle cose di cui il suo equilibrio
aveva bisogno: pianificazione precisa degli avvenimenti e
rispetto cronometrico e millimetrico del programma!
Jole non poteva sapere, allora, che la vita era di nuovo pronta
a irriderla, a farsi continuamente beffe di lei, sconvolgendo i
suoi piani e costringendola a smascherare la sua vera natura.
Requiem per il giovane Borgia
Elena e Michela Martignoni
marzo 2005 pagine 352
18,50 € - isbn: 887639002
"Requiem per il giovane Borgia" è un romanzo storico ambientato nella
Roma alla fine del 1400 durante il periodo in cui siede sul soglio pontificio
Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI.
Il figlio più giovane del Papa, Juan, viene ucciso in circostanze misteriose.
Inizialmente la ricerca del colpevole è effettuata tra la cerchia dei nobili
che avrebbero motivo di vendetta nei confronti del Papa, per essere stati
espropriati di beni e poteri.
Successivamente l'indagine si circoscrive a un ristretto numero di cardinali
che avrebbero anche loro motivo di vendicarsi, soprattutto nei confronti
dell'ucciso, Juan Borgia, la cui bellezza e la cui arroganza hanno provocato
morbosi tormenti nel cuore di coloro che più di tutti avrebbero dovuto tenersi
lontano dalle provocazioni della passione.
La vicenda si basa su un fatto realmente accaduto e lo sfondo della Roma
papalina è accuratamente descritto senza per questo ostacolare lo scorrimento
del romanzo.
Prime pagine
L'ANSIA DI RODRIGO
Appartamento privato di Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI
Giovedì 15 giugno 1497, ore 5.00
Rodrigo Borgia urlava aggrappato al troncone dell'albero maestro.
La nave con le vele lacere e l'albero spezzato si inabissava tra
le onde, per poi risalire fino quasi a rovesciarsi all'indietro.
Un'ondata ancora più violenta si abbattè sul ponte. Rodrigo, prima
di cadere sulle assi fradice della coperta, vide il timoniere e i
suoi compagni sparire in un vortice d'acqua. Tentò di afferrarsi
ad un appiglio, ma risucchiato dall'acqua scivolò oltre il parapetto
precipitando in mare. Mentre si dibatteva tra i flutti, vide il
vascello, che, ormai lontano, si impennava fino al cielo, ricadeva
in mare e scompariva in un gorgo. Ormai le forze lo stavano abbandonando,
chiuse gli occhi e si lasciò andare alla voce lontana che lo attirava
nell'abisso...
Si svegliò di soprassalto e balzò a sedere. Si alzò, corse alla finestra
e con un colpo deciso scostò i pesanti tendaggi.
Nulla, solo la notte e la luna.
Si ritrasse con il respiro affannato e tornò a letto ricadendo sui
guanciali sciupati.
Calmati - pensò cercando di frenare il cuore che batteva impazzito - è
stato solo un incubo. Un orribile incubo.